24 • Verso Santiago: Granon

Granon è un nome spagnolo che potrebbe significare qualunque cosa, forse solo chi ha fatto il Cammino di Santiago di Compostela sa davvero cos’è.

Nell’agosto del 2006 nemmeno io lo sapevo.

Arrivati a Santo Domingo della Calzada dopo una lunga camminata da Najera, quel giorno Ilario decise di salutarmi. Aveva già deciso che il suo primo Cammino di Santiago dovesse terminare lì.

Dopo poco avrebbe raggiunto i suoi amici a Formentera dove avrebbe trovato ciò che aveva chiesto al suo Cammino. Ricordo ancora il messaggio in cui mi raccontava di aver incontrato quella gran bella ragazza che oggi è diventata, ormai da anni, la mamma dei suoi due figli.

Ilario voleva arrivare fino a Burgos ma una brutta bronchite aveva mutato i suoi programmi.

Quel giorno ci separammo, ma Ilario è tutt’ora è uno dei miei più cari amici (la sua storia potete leggerla qui).

Io proseguii il mio cammino in solitaria fino ad arrivare in quel villaggio in mezzo al nulla che si chiama appunto Granon.

A quel tempo non esistevano ospitalità private per i pellegrini: le porte dei locali annessi alla chiesa erano sempre aperte e dei volontari, gli Hospitaleros Voluntarios, davano accoglienza “a donativo” a chi arrivava accaldato e con il proprio fardello.

A Granon non esistono letti o materassi, a Granon non mettono il timbro sulla credenziale. Solo al ricordo mi commuovo.

Quella notte trovai spazio per dormire nel coro della chiesa ma per l’emozione fu una notte insonne. Con me c’era anche Elena, una pellegrina elegantissima di Saronno.

Granon è un luogo di comunione e condivisione. In quel posto si parla, ci si ascolta, si dorme a terra sui “colchiones” uno accanto all’altro, si cucina e si cena insieme, si ride, si canta, si piange e ci si abbraccia. Tutti si sentono fratelli e sorelle e l’atmosfera è magica e ti da il senso vero del Cammino di Santiago.

Ci si ricorda che basta poco per essere felici: una doccia calda, un piatto di legumi, guardarsi negli occhi e raccontare le proprie emozioni.

Qui anche le parole non dette ed il silenzio hanno un gran significato, ogni volta che passo da Granon faccio pace con me stesso.

Quel giorno avvenne uno dei miei primi cambiamenti radicali. La mattina dopo la colazione, incamminandomi verso ovest, mi portai dentro il calore di tutte persone incontrate ed abbracciate, la via percorsa all’alba in mezzo ai campi di grano e girasoli mi fecero sentire il battito del mio cuore, il mio respiro, i miei passi.

Stavo procedendo verso Santiago molto lentamente: per la prima volta non stavo scappando, ma ero lì da solo con me stesso e credetemi che, quando se ne ha consapevolezza, stare con se stessi non è stare da soli.

Fino ad allora fuggivo: trascorrevo la mia quotidianità milanese immerso nel lavoro così da perdere di vista non solo tutti coloro che avevo attorno, ma soprattutto me stesso.

Decisi di cominciare a volermi bene davvero.

Ogni altra volta che mi sarei fermato a Granon sarebbe successo qualcosa di speciale: nel 2014, per esempio, avevo trovato l’abbraccio di una pellegrina. Ero a pezzi ed il mio cuore era ferito, non ci dicemmo una parola, arrivò verso di me, da lontano, per abbracciarmi in silenzio.

Quella sera in chiesa un sacerdote argentino commentò tra i fedeli il passo del vangelo sulla decapitazione di San Giovanni Battista. Il sacerdote diceva che per stare in pace con se stessi bisogna essere “padroni di se stessi”, Erode non era in quel momento padrone di se stesso.

Quante volte io non ero stato padrone di me stesso? Quante volte avevo commesso azioni che non avrei mai voluto commettere? Quante volte non ero stato consapevole delle mie azioni?

Stavo governando la mia vita oppure ero in balia delle onde in mezzo al mare senza sapere che direzione seguire?

Quella sera mi riavvicinai alla Confessione ed alla Fede. Quella sera iniziò un altro cambiamento.